September 18, 2026

Il fantasma vorace dell’origine. Deleuze e Guattari analisti dello Stato

by Vincenzo Maria di Mino

Recensione a G. Sibertin-Blanc, Macchine di Cattura del desiderio. La teoria dello Stato di Deleuze e Guattari, trad. di G. Morosato, ombre corte, 2026, pp. 103.

Introduzione

Le considerazioni che seguono, a firma di Vincenzo Maria Di Mino, prendono le mosse da una operazione editoriale che potremmo definire intempestiva. Il lettore che, memore di Deleuze et l’Anti-OEdipe (PUF 2010) e di Politique et État (PUF 2013), si precipitasse in una libreria francese alla ricerca della versione originale del nuovo libro di Sibertin-Blanc qui recensito resterebbe forse deluso, probabilmente confuso. Non solo infatti non lo troverebbe sullo scaffale, ma il tentativo di traduzione in francese del titolo italiano non sortirebbe nel libraio o nella libraia nessun effetto rivelatore. Una strana forma di coincidenza vuole infatti che “Il fantasma vorace dell’origine” non sia solo il titolo con il quale di Mino ha voluto anticipare i nuclei teorici trattati nelle pagine che seguono, ma anche un quasi-indizio che riguarda la genesi del volume Macchine di Cattura del desiderio. La teoria dello Stato di Deleuze e Guattari (ombre corte, 2026). Il libro, tradotto da Gianfranco Morosato e pubblicato per i tipi di ombre corte nella primavera del 2026, non è l’edizione italiana di un nuovo prodotto della ricerca licenziato da Sibertin-Blanc, bensì la riconfigurazione editoriale di materiale pubblicato dall’autore nel 2013, proprio nel magistrale Politique et État chez Deleuze et Guattari. Il titolo scelto dalla casa editrice italiana offre una indicazione chiara a chi conosca l’originale: il concetto di cattura, che non compare nel titolo francese, è il tema esplicito del secondo capitolo del libro PUF del 2013. La sua valorizzazione editoriale permette allora di capire che l’operazione coinvolge la prima parte di Politique et État, dedicata precisamente alla teoria deleuzo-guattariana dello Stato, e in particolare al modo in cui quest’ultima viene elaborata tra il capitolo III de L’anti-Edipo e i plateaux 12 e 13 di Mille piani. I due capitoli tradotti costituiscono allora un nucleo autonomo nella misura in cui costituiscono una unità teorica anche all’interno di Politique et État, dove si trovano raccolti sotto il titolo “Archi-violence: le Présupposé d’État”. Alla sfida di recensire un testo fuori dal suo tempo, Di Mino risponde attraverso una necessaria stratificazione dei discorsi sulla violenza e sul fascismo lungo archi temporali diversi, convocando Foucault, Virno e Massumi, oltre che lo stesso Sibertin-Blanc, intorno al fischio di Deleuze e Guattari.

Il fantasma vorace dell’origine. Deleuze e Guattari analisti dello Stato

L’accelerazione del flusso del tempo, uno degli elementi salienti che caratterizza l’attualità, ha fatto saltare i cardini della griglia della critica filosofica, sociale e politica. La sovrapposizione di nuove emergenze con vecchi fenomeni sociali, infatti, abbisogna di uno sguardo non nostalgico né teleologico nei confronti del passato, di un vero e proprio balzo di tigre con cui aiutarsi ad attraversare le faglie sismiche del presente. Termini come fascismo, guerra e Stato, così, necessitano di un punto di vista in grado di coglierne tensioni e contraddizioni storicizzandone gli effetti, per non farne significanti vuoti in grado di alimentare analisi insoddisfacenti sotto tutti i profili. Attraverso tale balzo di tigre di benjaminiana memoria si può rintracciare una piccola e parziale traccia analitica (un micro-catalogo selettivo e che indica uno specifico posizionamento) in un testo prodotto all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, significativamente intitolato “Tesi sul nuovo fascismo europeo”, uscito sulla rivista Luogo Comune e che, sebbene anonimo, è da attribuire a Paolo Virno. Cosa sostiene questo testo? Senza molti giri di parole, Virno definisce il fascismo postmoderno come un prodotto delle stesse condizioni di possibilità di liberazione dal lavoro e dalle prerogative della sovranità disciplinare, un “fratello gemello” delle istanze dei movimenti autonomi che riprendevano la loro attività proprio in quegli stessi anni. Piuttosto che concentrarsi sulla dimensione molare o istituzionale del fascismo, come mero neo-autoritarismo dall’alto, Virno ne lascia emergere la dimensione desiderante, ossia la proliferazione di microfascismi che non respingono le differenze ma che se ne nutrono, per farne a loro volta elementi di specificità e di unicità comunitaria. Sono quindi la ricerca di radici, di identità, di spazi di socializzazione quelle emergenze su cui si inscrive questa forma di desiderio che si propaga, fino a trasformarsi in una macchina politica a tutti gli effetti (Virno 2002: 203-209). L’ambivalenza, tratto tipico della contemporaneità, in questo caso assume le forme del perturbante, sensazione straniante e familiare al tempo stesso per cui, nella ricerca di omogeneità tra le differenze, di un punto fermo nella corsa della complessità, si sceglie di esaltare le radici, di combattere lo sradicamento desiderando l’autorità (Virno 2002: 134). Nella sua radicale critica del potere, esposta nella prefazione all’edizione statunitense di L’anti-Edipo, Foucault aveva fatto coincidere il desiderio di fascismo con quello di potere, traducendo, in qualche modo, la partizione storiografica tra “fascismo-istituzione” e “fascismo-movimento” in un desiderio massificato del fascismo, tanto a livello molare quanto a livello molecolare (Foucault 2001: 134). Se quindi l’attuale connessione osmotica tra fascismo, macchina statale e regime di guerra ha radici non solo ideologiche o nostalgiche, ma direttamente pratiche, deducibili da micro e macropolitiche diffuse nell’ultimo quarantennio, disvelare la natura di queste pratiche è il passo successivo della esposizione della genealogia abbozzata nelle precedenti righe.

Attraverso il lavoro di un autore come Brian Massumi è possibile disvelare la trasformazione di questo desiderio diffuso in una macchina da guerra istituzionale. In un volume intitolato Toward a theory of Fascism for Anti-Fascist Life, prendendo le mosse dal lavoro comune di Deleuze e Guattari, Massumi definisce il fascismo in prima battuta come un movimento transindividuale del desiderio, ovvero una forza che tende a costituirsi come un corpo politico collettivo, la cui ontologia è fondata su una idea astratta dell’umano con cui produrre un regime binario di inimicizia generalizzato ed opposizione. Questa macchina, che opera integrando i microfascismi diffusi, funziona inoltre e a tutti gli effetti come regime di anticipazione e reazione rispetto a ciò che essa individua come nemico. Entrambe le forme che questo processo assume, così, convergono in un regime di significazione che è quello della viseità, ossia un processo traduttivo tendente a centralizzare i desideri per renderli codificati e ripetibili, dunque massificato d’en haut:

the center of significance functions as a “black hole” drawing all movements of signification inward toward itself, at same time as it functions as a black sun emitting ordering rays of signs back outward, bathing the social field with its radiation. (Massumi 2025: 36)

Il viso del capo è il corpo del governo, dunque il corpo dello Stato, in cui tendono a convergere il desiderio di potere e il desiderio di morte, che sono gli elementi di cui si nutre il regime di guerra attuale (Guattari 2009). Affrontare di petto un discorso sullo Stato, dentro le odierne contingenze, significa discuterne le pratiche che ne sostanziano tanto le condizioni di esistenza quanto quelle di vigenza e, probabilmente, di legittimità. Discutere dei vulnus dell’organizzazione statale durante la fase euforica della globalizzazione neoliberale e dentro il regime di guerra, senza cedere ai richiami fascinosi delle scorciatoie ideologiche, comporta la necessità di osservare in profondità forme e funzioni della struttura statale. Per dirla in altri termini, è necessario prendere “di petto” il concetto di sovranità, detronizzarlo dal cielo della metafisica e ricondurlo ad una dimensione concreta e puntuale, così da rivelarne la dimensione effettiva. In questo modo, la sovranità statale può essere inscritta all’interno del tessuto sociale e dei rapporti di forza esistenti in ogni specifico contesto storico entro cui si sceglie di studiarne la storia. Lo Stato dentro il regime di guerra globale, così, tende a comprimere gli spazi di democrazia formale e ad estendere, al contempo, i modelli emergenziali di governo delle criticità, siano esse di natura economica o di natura sociale. In tale contesto, il lavoro di Guillaume Sibertin-Blanc Macchine di cattura del desiderio. La teoria dello Stato sviluppata da Deleuze e Guattari, può ancora essere un prezioso strumento nella produzione di una critica pratica dei meccanismi statali. Attraverso la tematizzazione della filosofia di Deleuze e Guattari, Sibertin-Blanc evidenzia la natura macchinica dello Stato: machina machinarum, e dunque insieme di assemblaggi e dispositivi che hanno una continuità storica ma che assumono una forma specifica dentro le contingenze. I due capitoli del libro, tradotti in italiano da Gianfranco Morosato, designano un programma di critica della macchina statale sotto il profilo della metodologia analitica e sotto quello dell’analisi materiale delle articolazioni della forma-Stato. La scelta di Sibertin-Blanc di focalizzarsi sul concetto di “apparato di cattura”, soggetto-oggetto del tredicesimo piano dei Mille Plateaux, rende immediatamente conto del posizionamento teorico-politico complessivo dello scritto: la dimensione della cattura, infatti, sfugge alle interpretazioni meramente contrattualistiche della forma Stato e a quelle funzional-decisioniste, approfondendo invece il legame tra i differenti segmenti della macchina politico-economica e restituendone una visione dinamica.

Dal punto di vista metodologico, il libro evidenzia la produttività del dispositivo analitico deleuzo-guattariano determinato dalla connessione tra l’approccio del materialismo storico di stampo marxiano e la schizoanalisi messa a punto in L’anti-Edipo, che consente di potersi muovere tra dimensione macro e micro-sociale, tra molare e molecolare inseguendo tanto i flussi desideranti quanto i codici e le assiomatiche, dunque i dispositivi di neutralizzazione strutturale. Di conseguenza, secondo la lettura di Sibertin-Blanc, questo dispositivo si fonda su una sostanza dialettica ma declinata attraverso il prisma del marxismo autonomo e creativo, dunque in grado di mantenerlo aperto alle cesure e alle emergenze soggettive e da sfuggire alle chiusure sintetiche. Attraverso questo filtro dialettico, in grado di privilegiare le analisi in movimento e non le figure statiche e metastoriche, Deleuze e Guattari possono focalizzarsi sui processi macchinici e non sui modi di produzione, che sono determinati dai primi: il focus si sposta, così, sui flussi, sul piano del desiderio e dell’inconscio, sulla produzione intesa come elemento che va oltre la sfera economica, così da far emergere la specificità del capitalismo e l’aporeticità della forma-Stato. La specificità del regime produttivo capitalista, infatti, è determinata dal proprio essere un universale singolare, ovvero dall’essere riuscito a estendere sul piano globale le proprie condizioni di possibilità e di modellare le differenti strutture sociali esistenti ai propri fini. Storicizzandone le differenti varianti – le società tribali, l’Urstaat – entrambi gli autori mettono in luce il tratto comune che le lega: la presenza di un fantasma, quello dell’Origine, che ne forclude lo sviluppo e lo trasforma in un delirio, il “Delirio dell’Idea”, ovvero l’impossibilità di catturare e inscrivere nel proprio corpo senza organi ciò che gli sfugge. La dimensione immanente della produzione sociale e materiale, infatti, rende impossibile la surcodificazione degli stessi flussi che catalizza e cattura, che infatti eccedono sempre i dispositivi di cattura. Nei termini dello spinozismo deleuziano, questo piano di immanenza statale che tende a comporre le potenze eterogenee che lo costituiscono determina al suo interno dei rapporti di dominazione e subordinazione che tendono a riprodursi anche all’esterno, rendendo dunque problematica la riproduzione sociale se non attraverso una ulteriore codifica dei flussi. Stante l’impossibilità di chiudere sinteticamente la forbice tra produzione desiderante e regimi spazio-temporali, il fantasma dell’Idea è quello materiale della violenza fondativa (e sotto altri aspetti mitologica) che rende possibile la legittimità della forma-Stato e delle sue operazioni concrete. Il farsi storico dello Stato, nella misura in cui ha provato a negare la propria genesi violenta surcodificandola attraverso l’astrazione giuridica nelle sue più raffinate forme (corpi di polizia, confini, codici), porta con sé questo trauma e l’impossibilità di contenere le differenti forze eterogenee che si muovono all’interno e anche all’esterno. Il materialismo schizoanalitico, storicizzando le macchine di produzione e i flussi che attraversano la macchina sociale senza organi mostra come le differenti funzioni dello Stato, che corrispondono alle figure che Dumézil chiamava del Re-Legislatore e del Re-Guerriero, sono reversibili e adattabili a diversi contesti sociali. La macchina capitalista si nutre di libertà, e può allo stesso tempo adattarsi plasticamente ai sistemi autoritari (da qui la critica del capitalismo di Stato sovietico e delle involuzioni burocratiche dei partiti comunisti europei, portata avanti da entrambi gli autori nel corso della loro collaborazione-militanza), così da rendere dunque vana la ricerca di continuità nella modellistica della forma-Stato. Ciò che resta continuo e dunque fantasmatico, interpellabile analiticamente e allo stesso tempo invisibile è, però, la riproduzione della violenza come elemento di amministrazione della produzione sociale, la necessità weberiana di un suo monopolio che funge da collante costitutivo, e che costituisce la “ragione sociale” primaria ineliminabile dentro le condizioni che ne determinano l’affermazione storica.

In secondo luogo, Sibertin-Blanc segue il farsi materiale dello Stato focalizzandosi sullo statuto dell’apparato di cattura. Cattura, attraverso il Clastres usato da Deleuze e Guattari, significa anticipazione e scongiurazione degli elementi di criticità dei rapporti sociali esistenti, specie in ambito capitalista, con cui condividono lo stesso presupposto: l’essere macchine deterritorializzate di decodifica dei flussi esistenti che devono territorializzarsi per codificare provvisoriamente questi stessi flussi. Il concetto di apparato di cattura, dunque, materializza le aporie della forma-Stato, mettendolo in stretta connessione con il sistema di produzione economico. A questa altezza, la messa in forma di questo apparato necessita, per il filosofo francese, di due forme intrecciate di violenza: una rivolta verso l’esterno, denominata eso-violenza, e una rivolta all’interno, denominata endo-violenza (Sibertin-Blanc 2013). In entrambe queste forme, il meccanismo di cattura si disvela come forma di appropriazione, ovvero ad uno dei significati che assume il nomos così come teorizzato da Carl Schmitt. Se l’autore tedesco traduce la polisemia di questo concetto attraverso la serie “appropriazione-produzione-divisione”, legando la sfera genetica del politico con quella economica, nel senso della cattura operata dall’apparato essa vale come forma di prelievo forzoso e anticipato (Alliez & Lazzarato 2016). In termini marxiani, questo tipo di violenza, la necessità di un fuori che materializzi l’appropriazione di ciò che sfugge alla formazione e alla messa in forma del rapporto, si materializza nelle pratiche di accumulazione originaria che hanno caratterizzato la genesi del sistema di produzione capitalista, nell’organizzazione dell’appropriazione della forza-lavoro libera dai vincoli del feudalesimo. L’endo-violenza, invece, descrive il processo di iscrizione interna di questa eccedenza, connettendo le differenti produzioni di flussi in forma assiomatica: provvisoria, puntuale e flessibile. L’apparato di cattura, che è una delle forme che assume lo Stato a contatto con la macchina di produzione capitalista, basa dunque la propria organizzazione su un rapporto differenziale, ovvero su una ulteriore aporia, tra il farsi materiale della propria sovranità o delle astrazioni reali economiche e i limiti che queste stesse operazioni incontrano. Il rapporto fantasmatico originario, ora analizzabile come macchina differenziale (che si fonda e si nutre delle differenze), si manifesta come macchina che costituisce il proprio limite e che, contestualmente, lo eccede per potersi riprodurre, così come è l’appropriazione del lavoro e la produzione del plusvalore la causa di formazione dell’antagonismo che sfugge allo stesso piano immanente di cattura. L’apparato di cattura coesiste dialetticamente con i propri elementi di negazione e di critica, e per sussumerli deve allargare sempre di più lo spazio esistenziale e topografico su cui inscrivere le proprie operazioni. L’universalizzazione delle condizioni di produzione, infatti, tende alla costituzione di un Capitale Mondiale Integrato, in cui la forma-Stato convive in forme isonomiche, in forme eteronomiche e in forme polimorfe, provando a tenere insieme precariamente i processi di differenziazione che condizionano la forma che assumono le stesse macchine statali, e che ne determinano una gerarchia. L’accumulazione originaria su scala globale, così come postulata da autori come Harvey, Chakrabarty e Mezzadra, dà conto della produttività di questa impostazione (così come nei Mille Plateaux gli stessi Deleuze e Guattari si confrontavano con l’opera di Samir Amin, teorico della divisione ineguale dell’economia globale). Dentro questo spazio striato e al netto delle gerarchie di potenza, è il rapporto tra i flussi monetari e i flussi di lavoro a determinare ulteriormente le caratteristiche dell’apparato di cattura statale. In consonanza con il Marx dei Grundrisse e con il Negri lettore di quest’opera, Deleuze e Guattari si focalizzano sulla moneta per due motivi di capitale importanza: come astrazione determinata in grado di generare processi di differenziazione e dunque di comparazione, e come misura del comando sul lavoro, che tra gli elementi di comparazione è quello più importante (Negri 1998). La moneta è un double bind costituito dall’essere misura di tutte le cose e dall’eccedere le cose stesse che misura, nel proprio essere al contempo una merce come le altre e nell’affermarsi come eccezione proprio perché mezzo di comparazione; leggere il farsi dell’apparato di cattura attraverso la dinamica finanziaria e fiscale, legata dunque alla moneta, ne evidenzia non solo la forza di appropriazione ma anche quella produttiva e propulsiva, che corrispondono infatti alla capacità di creare strutture adatte a garantire le condizioni di appropriazione, e sistemi differenziali di comparazione e valutazione delle merci: di nuovo citando Marx, il capitale è l’unico limite alla propria potenza (ma, allo stesso tempo, il capitale produce la causa storica ed immanente della propria negazione, knell of its doom, ovvero la forza-lavoroclasse operaia). Il rapporto politico della sovranità si disvela come relazione duale e caratterizzata da una dialettica antagonista, irrisolvibile nei termini di una sintesi dall’alto e sempre aperta alla possibilità della catastrofe e dunque della sua rottura, perché la stessa natura dei flussi spinge le contraddizioni ad eccedere i limiti e le misure poste a guardia delle dinamiche strutturali e mostrare le potenzialità delle forze di opposizione, seppure in maniera non lineare e neanche sempre visibile e materializzabile, ma come tendenze potenzialmente attualizzabili. La dimensione formale di questa serie di equilibri precari è garantita da una assiomatica giuridica che si esprime attraverso quello che Sibertin-Blanc definisce nexus, un atto giuridico non contrattuale materializzato un legame brutale ma non reciproco. Il fantasma dell’origine torna nella quotidianità micro e macro-politica sotto forma di una violenza che costituisce la soglia interna di possibilità del diritto stesso, che pone in termine di unicità ciò che la struttura assiomatica e astratta del diritto deve neutralizzare. La dialettica tra eso ed endo-violenza è ciò che, in ultima istanza e in maniera strutturale, caratterizza la macchina statale così come l’apparato di cattura capitalista: un circuito che, incorporando la violenza e neutralizzandola, la lascia riemergere sotto forma di sistema giuridico che deve occultare la forma eccezionale in cui la legge può manifestarsi. La macchina politica statale, in questo modo, è produttiva nella misura in cui può presupporre le proprie operazioni e neutralizzarne (o catturarne) gli effetti, spostando costantemente i propri limiti in modo da poter ridefinire le condizioni di cattura di ciò che, soggettivamente o economicamente, tende a sfuggirle.

Le tesi di questo lavoro di Sibertin-Blanc invitano a posizionarsi nell’attualità senza timori e senza terrore di sporcarsi le mani nel costruire spazi di contropotere costituente, a trovare spazi di concreta emergenza e affermazione di processi desideranti votati alla connessione delle eterogeneità sociali. In questo senso, bisogna prendere sul serio la dialettica che si instaura tra apparato di cattura e macchina da guerra, specie quando quest’ultima assume le forme del fascismo e della macchina di produzione necropolitica. Quando il desiderio di libertà si muta in desiderio di sopraffazione, e la macchina da guerra assume le forme di vere e proprie bande armate prodotte o gestite dall’apparato di cattura statale, la dialettica tra i due poli sopra descritti va verso la chiusura pericolosa del fascismo e dell’autoritarismo, verso la produzione di un sociale disciplinare e un corpo dispotico che tende ad eliminare ciò che non può codificare e governare, verso la moltiplicazione di macchine tecniche che estraggono plusvalore dall’anticipazione delle tendenze sociali e dai dati generati dalle esistenze nel quotidiano. Tornando al testo di Foucault citato in precedenza, così, per costruire percorsi antagonisti dentro questo ciclo reazionario bisogna tornare a connettere ars theoretica, ars erotica ed ars politica, e quindi produrre una critica delle attuali configurazioni del potere senza rifiutare il potere stesso, ma moltiplicando i processi di decisione sull’intero tessuto sociale. La cassetta degli attrezzi deleuzo-guattariana, così come le analisi di Sibertin-Blanc, diventano operatori politici immediati proprio perché in grado di disvelare l’arcano che lega la violenza eccezionale della fondazione della forma-Stato alla costruzione ideologica della legittimità della stessa sovranità statale, e di porre l’eccedenza dei flussi desideranti che sfuggono agli apparati di cattura come elementi in grado di inventare nuovi dispositivi istituzionali e nuovi assemblaggi politici attraverso la diserzione e la disobbedienza. L’indicazione che, in conclusione, si può dedurre da queste analisi è quella di provare ad articolare le differenti eterogeneità sociali prodotte dal comando e dallo sfruttamento, per erodere la forza di queste macchine di dominio e materializzare le contro-soggettivazioni che già esistono dentro le spire del controllo, partendo dalla critica pratica degli apparati di cattura che esse rendono visibili.

Bibliografia

E. Alliez, M. Lazzarato, Guerres et Capital. Amsterdam Editions, Paris, 2013
M. Foucault, Dits et écrits, II, 1976-1988. Gallimard, Paris, 2001
F. Guattari, Les Années d’hiver 1980-1985. Les prairies ordinaires, Paris, 2009
B. Massumi, Toward a Theory of Fascism for Anti-Fascist Life. Minor composition, New York, 2025
A. Negri, Marx oltre Marx, Manifestolibri, Roma, 1998
G. Sibertin-Blanc, Politique et État chez Deleuze et Guattari. Essai sur le matérialisme historico-machinique, Puf, Parigi, 2013
P. Virno, Esercizi di esodo. Linguaggio e azione politica. Ombre Corte, Verona, 2002

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