L’incontro impossibile


Recensione di Silvia Zanelli, Deleuze con Peirce: Un equivoco impossibile. Napoli: Orthotes 2025.
Che ci sia un’eterogeneità tra essere e dire, tra piano del discorso e piano inconscio, operativo, corporeo della mente, pare, francamente, un’ovvietà. Ogni volta la predicazione lascia dietro di sé, o porta con sé, l’ombrosità di una latenza come rimasuglio di non-detto. La macchia cieca della visione, il fatto che ciò che si dà attraverso le saccadi oculari risulti intrascendibile epperò anche unico (gli occhi si aprono su un mondo ma non sono il mondo, c’è una differenza di natura invisibile che li frappone), è un fatto. Ma che vi sia anche un impredicabile implicato in ogni predicazione è un evento silenzioso, molto vicino a quello che gli stoici, nelle loro meravigliose riflessioni sul funzionamento del linguaggio, indicavano come incorporeo, e qui si rimanda per sicurezza, sperando di non dire fischi per fiaschi, al libricino di Emile Brehier sullo stoicismo antico. Al fondo del lingua, come impalcatura portante dell’elocutio c’è il silenzio, da cui le inferenze partono e verso cui le inferenze tendono. Perciò, mi piace immaginare che la lettura deleuziana di Peirce sia stata silenziosa, solitaria, meditata nei momenti di noia durante il trasferimento forzato di Paris VIII da Vincennes a Saint-Denis. Tuttavia, probabilmente non fu così. Deleuze legge Peirce antologizzato, di seconda mano, in maniera cursoria e talvolta improvvida, e infedele, rispetto al filosofo americano.
Quindi, il libro di Silvia Zanelli, oltre ai molteplici meriti, e a una prosa insinuante quanto accademicamente limpida, ha la funzione, nelle mie fantasie, di un Agostino che si sorprende a veder leggere silenziosamente Ambrogio. Mi spiego, Zanelli spia Deleuze che spia Peirce (chissà come è andato capitandogli tra le mani il fondatore del pragmatismo, Zanelli fa delle ipotesi e le argomenta ottimamente), e così facendo mostra il non-detto di un’alleanza mostruosa, e come dice l’autrice, semiogenetica. Poi, forse, è ancora il non-detto, ciò che risulta come effettualità della lettura? Deleuze, forse, non poteva non dire, piuttosto poteva dire altrimenti, e così ha fatto. I medievali, solevano motteggiare aliud dicitur, aliud itelligitur, e tale è il metodo ermeneutico che Deleuze utilizza nei confronti della storia della filosofia, lo sappiamo. Immacolata concezione, far generare ad un autore un figlio mostruoso, anarmorfizzare i testi per fargli dire ciò che hanno detto ma in un altro campo pragmatico e con altre problematiche. Equivocare. Ecco il termine chiave, una sorte di chiamare a sé in un equipollenza di voci. L’equivoco ermeneutico è per Zanelli categoria centrale e dirimente, vi si dedica in pagine di finissima fattura, precisamente in quelle che aprono il testo e valgono quindi come dichiarazione di metodo. L’equivocabilità ermeneutica diventa strategia, e gli autori metamorfizzano in personaggi concettuali dove vige la coalescenza, o l’indiscernibilità degli eterogenei. Bisogna, e mi trova completamente d’accordo, secondo Zanelli, sulla scia di Viveiros De Castro, cannibalizzare i testi altrui. Per poi, digerirli, metabolizzarli e aprirli al nuovo, intensificandoli ermeneuticamente. Il cannibalismo ermeneutico che ci propone Zanelli è il metodo di lettura sovrano, l’unico a partire dal quale generare delle novità, perciò mi piacerebbe tanto tematizzare ancora il “come si legge un testo?” in futuro, e in questa direzione. Riflettendo anche sul gesto antropofagico che implica valore rituale e fedeltà a due cose: tradizione e potenza (da acquisire attraverso il pasto).
L’equivoco, dice Zanelli, è una forma strabica. E’ un gioco di parallasse, di diplopia. Dall’interno del testo, un forma di interpretazione così pensata guarda da un lato alla littera textualis e dall’altro se ne allontana, seppur sempre dall’interno. Dall’interno del testo non si esce, mi sembra, perché ogni libro è un labirinto rizomatico o di terza specie, se vogliamo dire un’altra ovvietà. Eppure, dall’interno lo rosicchia, soprattutto nei margini, agli orli, nei paratesti, in quelle che Genette sicuramente considerava le parti più gustose. La materialità digerita così diventa nutrimento per slanci e rilanci futuri, dove le traslazioni differenziali danno forza a un pensiero che si vuole tale da mettere le variabili in stato di variazione continua e percorrere così una velocità infinita. Gli affetti passano o non passano, non c’è altra storia, e leggere un libro è sempre una lettura di intensità, bisogna continuamente ripeterselo. Anche per questo mi sento di affermare che il libro di Zanelli è un libro affettivo. Si nota, e non può non notarsi, una lunga frequentazione con gli autori citati e la letteratura secondaria e ciò configura anche il libro come una lettura di gusto. La macchina testuale è pulita, ben oliata, e svolge il compito fino alla fine, cioè a portarti a pensare a una semiogenesi o cosmosemiotica. A fare segno è l’intero universo, nient’affatto solo quel piccolo animale chiamato homo sapiens, e perciò il paranoico inseguimento della matrice o motore segnico è dietro l’angolo. Zanelli intitola un’intera parte l’universo come vast rappresentamen e saremmo tentati di chiederle quanto c’è di Leibniz in questo o anche dove trovare una maledetta clavis universal che permetterebbe di leggere tale superficie di segni in un’unica volta tutta assieme, da un punto che opererebbe come l’aleph borgesiano. Ma chissà, l’autrice da ottima deleuziana, risponderebbe quasi certamente che l’Uno è il darsi dei Molti e viceversa, e allora ogni volta che ci fa segno il particolare ci sta dietro, o accanto o assieme contemporaneamente, l’universale. Sarebbe una risposta diplomatica, e probabilmente vera, eppure io non smetto di sognare questo punto in cui tutto l’universo si squaderna.
Quello di Deleuze con Peirce sarebbe quindi un incontro mancato, e ciò non so se mi trova propriamente d’accordo, anche se l’autrice ha tutte le sue buone ragioni per sostenerlo. Gli incontri, se son davvero incontri, non si iscrivono mai, ahimè, nella categoria della mancanza. Un incontro è sempre pieno in quanto effettuale, foriero e ubertoso di nuove concettualità e corporeità a venire. E l’incontro è da declinare, con criterio, nelle categorie dell’impossibile (non poteva avvenire!) e del necessario (non poteva non avvenire!) perciò Peirce/Deleuze è sicuramente un incontro impossibile. Vi sono piani divergenti e paralleli che separano i due grandi autori del novecento, e ciò non significa che siano inconciliabili, ma che ogni metodo che non sia fondato ermeneuticamente sull’equivoco è destinato a fallire. Solo così l’incontro è aperto.
Ci tengo a segnalare, infine, last but not least, le due postfazioni, rispettivamente di Rossella Fabbrichesi e Paolo Vignola. Anzi la prima non è una postfazione ma più una parola chiave, uberty, vale a dire ubertoso, fertile, campo promettente buone messe, e sono più che sicuro che il libro di Zanelli, e non lo dico per facilità di tono o piaggesche intenzioni, risulterà fondamentale per il rapporto tra semiotica e filosofia negli anni a venire, proponendosi come tentativo forte di tenere assieme i due ambiti disciplinari. Nella seconda, in chiusura del volume, Vignola fa un callido ripasso del metodo ermeneutico adottato e del guessing, cioè del tirare a indovinare, centrando a volte il bersaglio e a volte no. Come se infondo la filosofia non fosse che una grande partita a poker in cui contano due, anzi tre, cose fondamentali: posizione, bluff, e carte.
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Dialogo sull’ermeneutica cannibale del C.S. Peirce deleuziano di Silvia Zanelli.
Recensione di Silvia Zanelli, Deleuze con Peirce: Un equivoco impossibile. Napoli: Orthotes 2025.




Recensione a F. di Maio, Univocità e individuazione. Gilles Deleuze lettore di Giovanni Duns Scoto, Ventura Edizioni 2023